Bronzi di Riace, testimoni di archeologia civica

I Bronzi di Riace sono tornati a casa. Dopo quattro anni di restauro sono di nuovo esposti nel Museo della Magna Grecia e in questi giorni se ne è parlato molto. Mercoledì scorso Cinzia Dal Maso e Francesco Alì hanno organizzato insieme a Gherardo Colombo una conferenza stampa nel timore che i Bronzi possano lasciare Reggio Calabria che li ospita dagli anni ’70; in questi giorni si è infatti parlato di esporli all’Expo di Milano. La discussione ha riportato l’attenzione su alcuni punti:

1) I Bronzi fanno ormai parte del patrimonio del Museo della Magna Grecia; pur essendo splendidi esemplari di arte greca, e non avendo quindi alcun legame originario con Reggio, sono ormai a pieno titolo, come ha sottolineato anche Gherardo Colombo, “figli adottivi” di questa città. Collocarli altrove seppure temporaneamente, significa privare la città di un simbolo.

2) Dice il falso chi afferma che durante l’ultimo restauro i bronzi sono rimasti chiusi in uno scantinato e non visibili. Il restauro si è svolto in un ambiente del Consiglio Regionale della Calabria, sempre aperto al pubblico. I visitatori sono stati numerosi, nonostante, a onor del vero, la nuova collocazione dei due capolavori non fosse pubblicizzata in modo efficace ai turisti.

3) Secondo gli archeologi e i restauratori che hanno lavorato ai bronzi nel 1994, il trasferimento dei Bronzi alla Maddalena per il G8  voluto da Silvio Berlusconi sarebbe stato una follia, un serio rischio in particolare per il Bronzo B, che presenta lesioni al torace e ad una gamba. In quella occasione solo il terremoto dell’Aquila fermò l’operazione, lasciando i Bronzi al loro posto. L’ultimo restauro non ha sanato queste lesioni, e il rischio in caso di trasporto resta dunque alto. I tecnici sono pagati per esprimere un parere, che è, o almeno dovrebbe essere, per legge, insindacabile.

4) Promuovere la circolazione di copie di questi come di altri capolavori sarebbe il modo più sicuro ed efficace di valorizzarne l’immagine senza metterli a rischio e senza depauperare Musei che, prima di tutto, sono istituzioni rappresentative del territorio che li ospita e non contenitori da svuotare come gli scaffali di un supermercato. Con il copyright delle copie ci si potrebbe guadagnare, eccome. E se alla produzione di copie si associasse una vera valorizzazione del territorio e la realizzazione di infrastrutture, il cerchio cultura – economia quadrerebbe una volta per tutte.

Quanto si è detto mercoledì induce anche ad altre riflessioni : a cosa serve l’archeologia? Cosa è davvero, questa scienza, per chi archeologo non è? La passione con la quale il Comitato guidato da Francesco Alì rivendica a Reggio il diritto di custodire i Bronzi è solo opportunismo o campanilismo come alcuni affermano, o il disperato tentativo di una città del sud di aggrapparsi ad un volano noto a livello mondiale? Senza i Bronzi Reggio Calabria non meriterebbe una autostrada o dei treni veloci che la colleghino al resto della penisola? Senza i Bronzi Reggio sarebbe una città senza storia, senza testimonianze gloriose del passato? Bastano i tesori custoditi nel Museo della Magna Grecia del quale si aspetta la piena riapertura a fare da corona ai due splendidi bronzi? Che senso ha che le immagini del ritorno dei Bronzi al Museo siano state date in esclusiva dal Ministero ad Alberto Angela, mentre i giornalisti venivano lasciati fuori? Non era forse quella una notizia da far vivere in diretta a tutti, prima che un fatto televisivo da trasmettere, interrotto dalla pubblicità, nei prossimi mesi?

Il Ministro Bray e Alberto Angela la sera del trasferimento dei Bronzi.

Il Ministro Bray e Alberto Angela la sera del trasferimento dei Bronzi.

Una cosa è certa, e lo ha confermato nel suo intervento di mercoledì la Prof.ssa Maria Fenelli, che ha creato a Pomezia uno museo che racconta i risultati degli scavi di Lavinio – Pratica di Mare: anche in un territorio apparemente desertico dal punto di vista culturale ed economico l’archeologia può portare grandi risultati: la statua di una dea può diventare il simbolo di una città il cui nome è spesso legato ad un outlet e le bambine possono avere la fortuna di ricevere il nome di Lavinia, piuttosto che Samantah o Deborah. Non è poco, perchè è la prova che l’archeologia crea appartenenza, dà responsabilità, genera orgoglio e costringe a riflettere prima di agire trasformando la propria terra in modo irreversibile.

Mi capita spesso di parlare di archeologia urbana, ma ancora più spesso in futuro parlerò di archeologia civica.

Reggio Calabria,1972.  La folla si accalca intorno ai Bronzi di Riace.

Riace,1972. La folla si accalca intorno ai Bronzi

Informazioni su Archeologia in rovina

Ieri facevo l'archeologa, oggi faccio un altro mestiere e sono mamma di un bambino che voglio educare al rispetto della natura e all'amore per la storia. Vedo l'Italia diventandare sempre più brutta, sciatta, volgare. Prima uscivo di casa e andavo su tutte le furie, ma la cosa finiva lì. Adesso ho deciso di farmi sentire.
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2 risposte a Bronzi di Riace, testimoni di archeologia civica

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