Archeologia e comunicazione: il caso del Tempio di Traiano

Pochi giorni fa le pagine culturali dei principali quotidiani nazionali sono state riempite dall’annuncio di una grande scoperta: l’esatta collocazione del tempio di Traiano all’interno del Foro dedicato all’imperatore e alle sue imprese belliche. Autore della scoperta, Andrea Carandini.

Scusate, mi correggo: si tratta dell’annuncio di una ipotesi ricostruttiva, quanto sia fondata lo vedremo nei prossimi mesi. La notizia è stata data in esclusiva al mensile Archeologia viva, rilanciata dalle agenzie di stampa e infine approdata sui quotidiani.

Sul mensile  l’articolo è a firma di Fabio Cavallero, ma Carandini scrive un breve pezzo dal titolo Il coraggio di ricomporre l’incerto, del quale riprendo qualche frase: “Si tratta di una delle ricostruzioni più importanti e più audaci, che contribuiscono con una nuova proposta al dibattito aperto dagli scavi…Il mondo accademico guarda a questa nostra passione ricompositiva di paesaggi e di architetture con sospetto. La gente comune è invece finalmente contenta di capire. Col tempo anche il mondo accademico accetterà che, solo interpretando i dati e ridando  quindi interezza ai frammenti, l’archeologo potrà svolgere fino in fondo la sua missione di far rinascere il passato a vita nuova. Le ricostruzioni, da chiunque esse siano avanzate, restano dei lavori in progresso che mai possono dirsi definitivi. Nessuna autorità scientifica, per quanto grande sia, può dare certezza all’incerto“.

Carandini da una lato rivendica il diritto di fare ricostruzioni – che nessuno gli nega – dall’altro dimentica di far parte anche lui – eccome – del mondo accademico, al quale si rivolge con distacco, e nel quale docenti, ricercatori, giovani studiosi lavorano come formiche silenziose e pazienti per portare un contributo onesto alla ricerca storica, senza avere mai il palcoscenico della stampa nazionale a disposizione.

I giornalisti italiani, quando si parla di archeologia, spesso peccano di pigrizia e quasi mai interpellano chi ha titoli, ragioni e conoscenze per pensarla in modo diverso dai soliti noti. In questo modo la “gente comune”,  espressione un po’ snob che mi ricorda tanto la famosa casalinga di Voghera, non capisce un bel nulla e il  vero dibattito scientifico viene annullato, anzi rimandato alle solite aule universitarie. Col giornale di ieri oggi ci si avvolge il pesce. Un po’ di umiltà in più non guasterebbe.

Informazioni su Archeologia in rovina

Ieri facevo l'archeologa, oggi faccio un altro mestiere e sono mamma di un bambino che voglio educare al rispetto della natura e all'amore per la storia. Vedo l'Italia diventandare sempre più brutta, sciatta, volgare. Prima uscivo di casa e andavo su tutte le furie, ma la cosa finiva lì. Adesso ho deciso di farmi sentire.
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