Pisa, siamo alle solite

Un articolo sulla Repubblica di oggi rilancia il grido d’allarme di Andrea Camilli, direttore scientifico del Cantiere delle navi antiche di Pisa. Come più volte ci è capitato di raccontare l’entusiamo, la voglia di far soldi in fretta richiamando turisti e facendo proclami ha prevalso sulla concretezza, sulla volontà di pensare davvero a come amministrare con senso di responsabilità il patrimonio culturale che appartiene a tutti ma che pochi hanno il potere di gestire. Il sito che ci si è affrettati a soprannominare con grande originalità la Pompei del mare adesso è in pericolo. Nell’intervista Camilli non racconta nulla di nuovo: le promesse, i progetti presentati in grande stile, una cospicua rassegna stampa, soldi che arrivano, soldi che vanno. L’unica frase che mi ha colpito è questa: “Il problema è che si è voluto aprire tutto lo scavo subito, anziché scavare poco alla volta“.  Siamo in Italia, Pisa non è certo il primo caso, siamo certi che tutto questo non fosse prevedibile da parte di chi opera da anni nel campo disgraziato dei Beni Culturali? Si è stati davvero costretti ad aprire lo scavo tutto insieme? Chi lo ha deciso? Nel frattempo abbiamo il piacere di leggere ancora una volta il nome di Pompei associato all’ennesimo caso di cattiva gestione di un bene comune.

Informazioni su Archeologia in rovina

Ieri facevo l'archeologa, oggi faccio un altro mestiere e sono mamma di un bambino che voglio educare al rispetto della natura e all'amore per la storia. Vedo l'Italia diventandare sempre più brutta, sciatta, volgare. Prima uscivo di casa e andavo su tutte le furie, ma la cosa finiva lì. Adesso ho deciso di farmi sentire.
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Una risposta a Pisa, siamo alle solite

  1. andrea camilli ha detto:

    leggo, a distanza ormai di due anni, il triste e comprensibile commento sulla mia intervista… e, anche se un (bel) po’ in ritardo, rispondo.
    Non pretendo di esser originale, ne’ di non dire sempre le solite cose italiane (soldi che vengono e che vanno ecc.), ma speravo di essere compreso. Il cantiere è iniziato come scavo di emergenza, e chi mi ha preceduto non poteva prevedere cosa avrebbe trovato: al mio arrivo ho trovato 9 navi parzialmente scavate, esposte alle intemperie etc. etc. Ho proposto l’immediata ricporertura del sito (vista l’evidente enorme spesa che ne sarebbe seguita) e la allora Direzione Generale disse che si, si doveva scavare e restaurare, e che i soldi sarebbero arrivati. pago da allora con la mia faccia e personalmente quella sciagurata scelta, Dopo più di dieci anni, ancora combatto contro tagli insensati e legislazioni schizofreniche (come la maggior parte dei miei meno che sottopagati colleghi) mentre a qualche chilometro dal cantiere si ricostruisce una torre romanica falsa spendendo milioni di euro, e comincio a pensare che, se mai si riuscirà a fare questo benedetto museo, questo si dovrà, oltre che all’aiuto e all’appoggio di altri caparbi polemici innamorati del patrimonio (uno per tutti l’amico Settis), al fatto che ho ricacciato ogni taglio e riduzione di budget, gni insensata disposizione o circolare, ogni paranoica e/o superficiale disposizione superiore, esternando, lamentandomi pubblicamente, e chiedendo le risorse che permettono di portare avanti una delle esperienze di ricerca più rilevanti che ho mai potuto vedere (e non perchè la dirigo io). Come la maggior parte dei colleghi funzionari e di grandissima parte degli archeologi freelance, posso dire, parafrasando Eduardo de Filippo che… ‘o Presepe l’aggio fatto solo, e contrastato dalla famiglia…!

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