Manfria, anche il gigante scapperebbe

La torre di Manfria (Gela), costruita intorno alla metà del 1500, faceva parte del glorioso sistema di avvistamento che proteggeva la linea costiera siciliana.

Torre di Manfria, Gela

Torre di Manfria, Gela

Quando le navi nemiche punteggiavano l’orizzonte, i fuochi segnalavano il pericolo alle torri vicine nella notte silenziosa.

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Oggi i nemici che affollano la costa e le pendici della collina di Manfria non vengono da lontano: sono gli elettrodomestici, divani, lavabi, i prodotti di scarto dei cittadini della piccola frazione di Gela che l’amministrazione incapace lascia ammonticchiare. Questo video mostra che con quei rifiuti ci si potrebbero arredare diverse abitazioni. La campagna, che custodisce diversi villaggi protostorici ed una necropoli, è puntellata da capannoni abusivi, parcheggi abusivi, abitazioni abusive. Alla faccia delle regole, d’estate le macchine dei bagnanti si arrampicano indisturbate sulle dune abbracciate da rigogliose ginestre, non sia mai che si debbano fare due metri a piedi per le abluzioni estive. Eppure, come segnalato da un recente studio:

• Il patrimonio archeologico e il valore paesaggistico del S.I.C. “Torre Manfria” sono protetti dal Piano di Tutela del Patrimonio Regionale (P.T.P.R.), come attestato dalla “Dichiarazione di notevole interesse pubblico per la località chiamata Manfria”, firmata il 2 gennaio 1987 dall’Assessore Regionale per la Cultura e il Patrimonio Naturale, “per l’evidente valore paesaggistico dell’intera area e per la presenza di importanti resti archeologici, che suggeriscono di assoggettare Manfria al vincolo archeologico”.

•L’area è un S.I.C. (Sito di Importanza Comunitaria) ai sensi della Direttiva
92/43/CEE.
• L’area è Z.P.S. (Zona di Protezione Speciale) ai sensi della Direttiva UE 79/409/CEE.
• L’intero golfo di Gela è dichiarato I.B.A. (Important Bird Area), secondo i criteri fissati da BirdLife International.
• L’intero golfo di Gela è un sito Ramsar, in riconoscimento della sua notevole importanza per l’avifauna acquatica, in accordo con la Convenzione Internazionale sulle Aree Umide, della quale il governo italiano è firmatario.
• Il S.I.C. “Torre Manfria” è tutelato dalla Convenzione di Bonn sulla Conservazione delle Specie di Animali Selvatici Migratori, ratificata dal Governo Italiano con la Legge 42/83.
• Il S.I.C. “Torre Manfria” è tutelato dalla Convenzione di Berna sulla Conservazione della Natura e degli Habitat, ratificata dal Governo Italiano con la Legge 503/81 e in Sicilia
dalle Leggi Regionali sulle Aree Protette (L.R. 98/81 e L.R. 14/88).
• Il S.I.C. “Torre Manfria” è tutelato dalla Convenzione di Barcellona sulla protezione dell’ecosistema marino e delle aree costiere del Mediterraneo, della quale il Governo
Italiano è firmatario.
Non è abbastanza, evidemente. Alla torre e al paesaggio circostante è legata la leggenda malinconica del gigante Manfrino, che insieme alla sorella custodiva la bellezza di quei luoghi e che finì ucciso in riva al mare dai principi rivali, invidiosi della sua tenuta. Oggi, ridotta, com’è, nemmeno Manfrino la riconoscerebbe.

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Bronzi di Riace, testimoni di archeologia civica

I Bronzi di Riace sono tornati a casa. Dopo quattro anni di restauro sono di nuovo esposti nel Museo della Magna Grecia e in questi giorni se ne è parlato molto. Mercoledì scorso Cinzia Dal Maso e Francesco Alì hanno organizzato insieme a Gherardo Colombo una conferenza stampa nel timore che i Bronzi possano lasciare Reggio Calabria che li ospita dagli anni ’70; in questi giorni si è infatti parlato di esporli all’Expo di Milano. La discussione ha riportato l’attenzione su alcuni punti:

1) I Bronzi fanno ormai parte del patrimonio del Museo della Magna Grecia; pur essendo splendidi esemplari di arte greca, e non avendo quindi alcun legame originario con Reggio, sono ormai a pieno titolo, come ha sottolineato anche Gherardo Colombo, “figli adottivi” di questa città. Collocarli altrove seppure temporaneamente, significa privare la città di un simbolo.

2) Dice il falso chi afferma che durante l’ultimo restauro i bronzi sono rimasti chiusi in uno scantinato e non visibili. Il restauro si è svolto in un ambiente del Consiglio Regionale della Calabria, sempre aperto al pubblico. I visitatori sono stati numerosi, nonostante, a onor del vero, la nuova collocazione dei due capolavori non fosse pubblicizzata in modo efficace ai turisti.

3) Secondo gli archeologi e i restauratori che hanno lavorato ai bronzi nel 1994, il trasferimento dei Bronzi alla Maddalena per il G8  voluto da Silvio Berlusconi sarebbe stato una follia, un serio rischio in particolare per il Bronzo B, che presenta lesioni al torace e ad una gamba. In quella occasione solo il terremoto dell’Aquila fermò l’operazione, lasciando i Bronzi al loro posto. L’ultimo restauro non ha sanato queste lesioni, e il rischio in caso di trasporto resta dunque alto. I tecnici sono pagati per esprimere un parere, che è, o almeno dovrebbe essere, per legge, insindacabile.

4) Promuovere la circolazione di copie di questi come di altri capolavori sarebbe il modo più sicuro ed efficace di valorizzarne l’immagine senza metterli a rischio e senza depauperare Musei che, prima di tutto, sono istituzioni rappresentative del territorio che li ospita e non contenitori da svuotare come gli scaffali di un supermercato. Con il copyright delle copie ci si potrebbe guadagnare, eccome. E se alla produzione di copie si associasse una vera valorizzazione del territorio e la realizzazione di infrastrutture, il cerchio cultura – economia quadrerebbe una volta per tutte.

Quanto si è detto mercoledì induce anche ad altre riflessioni : a cosa serve l’archeologia? Cosa è davvero, questa scienza, per chi archeologo non è? La passione con la quale il Comitato guidato da Francesco Alì rivendica a Reggio il diritto di custodire i Bronzi è solo opportunismo o campanilismo come alcuni affermano, o il disperato tentativo di una città del sud di aggrapparsi ad un volano noto a livello mondiale? Senza i Bronzi Reggio Calabria non meriterebbe una autostrada o dei treni veloci che la colleghino al resto della penisola? Senza i Bronzi Reggio sarebbe una città senza storia, senza testimonianze gloriose del passato? Bastano i tesori custoditi nel Museo della Magna Grecia del quale si aspetta la piena riapertura a fare da corona ai due splendidi bronzi? Che senso ha che le immagini del ritorno dei Bronzi al Museo siano state date in esclusiva dal Ministero ad Alberto Angela, mentre i giornalisti venivano lasciati fuori? Non era forse quella una notizia da far vivere in diretta a tutti, prima che un fatto televisivo da trasmettere, interrotto dalla pubblicità, nei prossimi mesi?

Il Ministro Bray e Alberto Angela la sera del trasferimento dei Bronzi.

Il Ministro Bray e Alberto Angela la sera del trasferimento dei Bronzi.

Una cosa è certa, e lo ha confermato nel suo intervento di mercoledì la Prof.ssa Maria Fenelli, che ha creato a Pomezia uno museo che racconta i risultati degli scavi di Lavinio – Pratica di Mare: anche in un territorio apparemente desertico dal punto di vista culturale ed economico l’archeologia può portare grandi risultati: la statua di una dea può diventare il simbolo di una città il cui nome è spesso legato ad un outlet e le bambine possono avere la fortuna di ricevere il nome di Lavinia, piuttosto che Samantah o Deborah. Non è poco, perchè è la prova che l’archeologia crea appartenenza, dà responsabilità, genera orgoglio e costringe a riflettere prima di agire trasformando la propria terra in modo irreversibile.

Mi capita spesso di parlare di archeologia urbana, ma ancora più spesso in futuro parlerò di archeologia civica.

Reggio Calabria,1972.  La folla si accalca intorno ai Bronzi di Riace.

Riace,1972. La folla si accalca intorno ai Bronzi

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Mura Pregne, pietre e sangue

Al Signor Procuratore Generale della Repubblica

Presso la Corte di Appello di Palermo

Al Signor Comandante la Legione dei Carabinieri di Palermo

Francesca Serio Carnevale

Francesca Serio Carnevale

Sono Francesca Serio vedova Carnevale, residente a Sciara (Palermo), madre di Carnevale Salvatore fu Giacomo, di anni 32, ucciso lunedì scorso, 16 corrente, poco lontano dal paese, in prossimità della strada che porta alla casa di pietre sita in contrada Giardinaccio. Poiché un insieme di circostanze che qui di seguito esporrò dettagliatamente mi inducono a ritenere con certezza che gli autori del delitto debbano ricercarsi tra gli esponenti della mafia di Sciara e di Trabia, e poiché le stesse circostanze mi fanno dubitare che gli agenti di polizia del luogo possono rompere l’omertà che circonda il delitto, e pervenire quindi all’identificazione dei colpevoli, sono venuta nella determinazione di rivolgermi alle Signorie Loro per pregarLe di intervenire energicamente e sollecitamente nelle indagini richiamandole presso i Loro uffici.

Anzitutto intendo precisare che il mio povero figlio non aveva da tempo altri rancori se non quelli che potevano derivargli dall’attività sindacale svolta in favore dei braccianti disoccupati del Paese, né ebbe mai rapporti con la giustizia, se non in occasione delle occupazioni simboliche delle terre incolte, da lui promosse ed organizzate, e delle quali riferirò dettagliatamente. Fin dall’epoca della Liberazione, mio figlio prese ad interessarsi dei movimenti politici di sinistra, ed a propagandare, in occasione delle varie elezioni, la lista del Blocco del Popolo, simboleggiata dall’effige di Garibaldi.

Nel 1951 fondò a Sciara la sezione del Partito socialista Italiano, che ospitò, per un certo tempo in casa propria, e nel contempo si diede a riorganizzare la locale sezione della Camera del Lavoro, da tempo inattiva. Prima di questa iniziativa del mio figliolo, non esistevano a Sciara altre rappresentanze del Partito Comunista e Socialista.

Nel 1952 mio figlio cominciò a riunire e ad organizzare i contadini di Sciara, e li indusse a richiedere l’applicazione delle nuove leggi sulla ripartizione dei prodotti agricoli. Preciso che tutti i terreni vicini al paese di Sciara sono di proprietà della principessa Notarbartolo, e vengono in prevalenza coltivati ad uliveto, ma sotto gli alberi di ulivo viene coltivato il grano. Prima che mio figlio promuovesse le agitazioni dei contadini di Sciara, si usava che il raccolto del grano venisse diviso secondo le vecchie proporzioni, mentre rimaneva per intero attribuito alla proprietaria dei terreni il raccolto delle ulive, che veniva per altro affidato ad elementi di altri paesi vicini, prevalentemente di Caccamo. Pertanto, i contadini furono indotti da mio figlio a chiedere la integrale applicazione della legge, e quindi la raccolta delle ulive fosse affidata agli stessi contadini che coltivavano il grano, e che quindi il prodotto fosse diviso nella nuova misura stabilita dalle legge, cioè il 60% ai contadini, e il 40% al proprietario.

Queste agitazioni ebbero esito favorevole, e si conclusero con un accordo di compromesso con l’amministrazione della principessa di Sciara, per cui le ulive furono concesse agli stessi contadini che coltivavano la terra, e il prodotto fu diviso nella proporzione del 55% ai coltivatori e del 45 % alla proprietaria, mentre il grano fu diviso nella misura del 60% al coltivatore e del 40% alla proprietaria. Tutte le trattative, nel corso dell’agitazione, furono svolte con l’avvocato Marsala, che ha lo studio in Termini Imerese, e cura gli interessi della principessa Notarbartolo di Sciara.

A questo proposito ritengo opportuno riferire il seguente episodio: nel corso delle predette agitazioni, l’avvocato Marsala, invitò mio figlio presso il suo studio, e tentò di indurlo ad abbandonare la lotta intrapresa, promettendogli, in tal caso, tutte le olive che avesse voluto. Mio figlio respinse l’offerta e andò via, ma quando pochi giorni dopo tornò dal predetto avvocato Marsala, presiedendo una commissione sindacale composta, oltre che da lui, da Lodato Salvatore e da Tardibuono Mariano, l’avvocato, ancora risentito per la risposta ricevuta, rifiutò di riceverlo e volle parlare solo con gli altri due.

L’agitazione, comunque, si concluse con il successo già detto. Successo che danneggiava soprattutto i mafiosi di Sciara, tutti occupati come soprastanti e campieri presso l’amministrazione della principessa. La mafia, quindi, oltre che danneggiata economicamente, si ritenne offesa nel suo prestigio, in quanto non era riuscita, come nel passato, a imporre il sopruso di non fare applicare la legge.

Questo primo successo incoraggiò i contadini del mio paese, i quali si strinsero più numerosi attorno a mio figlio, che subito dopo, analogamente a quanto da tempo avveniva in altri paesi, intraprese la lotta per la concessione delle terre incolte e mal coltivate.

Così, nell’ottobre del 1952 una numerosa colonna di braccianti di Sciacca, accompagnati dalle loro donne e guidati da mio figlio, occupò simbolicamente le terre in contrada Giardinaccio, di proprietà della principessa di Notarbartolo. Si trattò di una semplice dimostrazione, nel corso della quale nulla fu danneggiato. Mentre il corteo si accingeva a rientrare disciplinatamente in paese, fu fermato dal brigadiere comandante la stazione dei carabinieri di Sciara, che perquisì numerosi partecipanti.

Poco dopo, quando i contadini erano già rientrati nelle loro case, mio figlio, assieme ad altri dirigenti sindacali (Polizzi, Lentini, Terruso) fu invitato in municipio per discutere. Ma appena vi giunse venne tratto in arresto assieme ad altri ed inviato alle carceri di Termini Imerese, da dove fu liberato otto giorno dopo.

Mentre mio figlio si trovava detenuto nelle carceri di Termini Imerese, accadde un episodio che ritengo opportuno riferire: un certo Tardibuono Luigi, soprastante ed uomo di fiducia dell’amministrazione della principessa, mi incontrò in contrada Romeo e, dopo avermi chiesto notizie di mio figlio, mi disse: “ Lo vedi che ci guadagnò tuo figlio? Ora lui è in galera e gli altri si raccolgono le ulive!”

Salvatore Carnevale

Lo invitai ad occuparsi dei fatti suoi e proseguii per la mia via. Ma pochi giorni dopo, l’incontro si ripeté nella piazza del paese. Scendevo dalla corriera di Termini, dove mi ero recata a visitare mio figlio, lì detenuto, e fui nuovamente avvicinata dal predetto Tardibuono, il quale, dopo avermi chiesto notizie di mio figlio aggiunse: “Senti, io tuo figlio lo rispetto perché è degno di rispetto, ma tu digli che lasci stare i partiti ed avrà per lui la migliore tenuta di olive, e chi ha figli se li campa per conto suo. Se no sarà condannato!”

Ancora una volta respinsi energicamente il Tardibuono, che mi lasciò dicendomi: “Comu voli fari fa!”

Uscito dal carcere mio figlio, per migliorare le sue condizioni, e nella speranza di raggiungere una più stabile sistemazione altrove, accogliendo l’invito di alcuni amici, si recò a Montevarchi in Toscana, dove rimase circa due anni a lavorare.

Durante la sua assenza fu applicata la legge di riforma agraria, in  seguito della quale furono scorporati all’amministrazione della principessa 704 ettari di terra. Di questi 704 ettari solo 202 ettari sono stati suddivisi in 45 lotti ed assegnati a contadini di Sciara.

Subito dopo, però, gli assegnatari furono oggetto di tutta una serie di “avvertimenti” di carattere mafioso: Croce Agostino ebbe il pagliaio bruciato, Ippolito Bartolo ebbe danneggiata la porta della casa colonica, e rubati attrezzi e alcune pecore, Serio Rosolino ebbe danneggiato gli innesti di pere e cardi, Baratta Calogero ebbe rubato il giunto dell’aratro, Siracusa Pietro ebbe rubate due pecore e poi quattro capre, Merlino Pietro ebbe rubato l’aratro.

Non so quanti di questi avvertimenti siano stati denunciati alla locale stazione dei Carabinieri. So, però, che Merlino Pietro, recatosi a denunciare il furto dell’aratro, fu quasi redarguito dal brigadiere che gli disse che la colpa era sua perché l’aveva lasciato incustodito, e lo invitò a tornare il giorno dopo per fare il verbale. Ma quello, non potendo perdere un’altra giornata di lavoro, non vi tornò più.

Comunque, durante l’assenza di mio figlio, cessarono a Sciara le agitazioni sindacali.

Mio figlio però tornò a Sciara il giorno 14 agosto dell’anno scorso, e subito riprese ad occuparsi delle lotte dei contadini e del suo paese, e poiché altri 500 ettari delle terre scorporate non erano state né lottizzate né assegnate, fu organizzata una nuova occupazione simbolica di queste terre, che ebbe luogo l’8 settembre successivo.

Anche questo secondo corteo fu organizzato e guidato da mio figlio. Tutto si svolse ordinatamente e senza danno per alcuno. Ma al rientro in paese il gruppo dei contadini fu fermato da alcuni carabinieri comandati dal tenente della stazione di Termini, il quale pretendeva che fossero a lui consegnate le bandiere. Mio figlio cercò di opporsi, ma fu minacciato con la pistola dal predetto tenente e fu costretto a consegnare la bandiera.

Anche per questo episodio mio figlio è stato denunziato all’Autorità Giudiziaria.

Frattanto, poiché era disoccupato, mio figlio si presentò al collocatore di Sciara, chiedendo lavoro. Dovette attendere parecchio tempo, ma infine fu assunto come manovale presso la ditta Di Blasi, che conduceva i lavori stradali di collegamento con il vicino paese di Caccamo.

Licenziato dopo due mesi, per esaurimento di lavoro, e quindi assunto dalla ditta Lambertini che ha in appalto i lavori in corso attualmente fra Termini e Trabia per la costruzione del doppio binario. Per procacciarsi la pietra necessaria per questi lavori, l’impresa Lambertini ha assunto l’appalto dello sfruttamento di una cava di pietra, situata appunto in contrada Giardinaccio, nelle terre di proprietà della principessa.

Ed anche in quelle circostanze intraprese appassionatamente la difesa dell’interesse dei lavoratori, organizzandoli ed esortandoli a reclamare l’applicazione della giornata lavorativa di otto ore (invece che di 11 come si faceva), che avrebbe consentito l’impiego dei 32 disoccupati di Sciara, e la regolare corresponsione delle paghe, da tempo non corrisposte.

Questa nuova attività oltre a creargli attriti con il capo cantiere e con i sorveglianti addetti alla cava, lo pose in contrasto con i mafiosi di Trabia, in gran parte interessati, come sub-appaltanti, ai lavori predetti per la costruzione del doppio binario e del relativo tronco stradale. Questi lavori non possono proseguire speditamente se la pietra della cava non affluisce regolarmente.

Ora per imporre il rispetto della legge e quindi l’applicazione della giornata lavorativa di otto ore e la corresponsione delle paghe arretrate, mio figlio si recò anche dal brigadiere dei carabinieri di Sciara, che però si rifiutò di intervenire, dicendo che la questione non era di sua competenza.

Ma mio figlio non desistette dalla lotta, e anzi fece un comizio, durante il quale parlò delle giuste richieste dei lavoratori, e attaccò i mafiosi locali e quelli di fuori, accusandoli di schierarsi sempre contro gli interessi dei poveri. Nello stesso periodo di tempo mio figlio scrisse una lettera alla Lega Edili di Palermo, invocandone l’aiuto per la risoluzione della questione.

Questi fatti accaddero nei primi giorni di maggio, ma non posso precisare la data. Giovedì 12 maggio mio figlio si recò alla cava e indusse i lavoratori a scioperare e a non riprendere i lavori fino a quando non fossero state corrisposte le paghe arretrate.

I lavoratori aderirono ed abbandonarono il lavoro tornando in paese. Il capocantiere, poco dopo, giunse in paese, cercando di persuadere i lavoratori a ritornare alla cava ed assicurando che gli arretrati sarebbero stati pagati subito.

Pertanto il venerdì successivo si riprese il lavoro, ed anche mio figlio tornò alla cava. In quello stesso giorno si presentò in contrada Giardinaccio, mentre si lavorava, un maresciallo, di Termini, accompagnato da alcuni estranei, e seguito a distanza da un certo Mangiafridda. Il maresciallo, avvicinatosi a mio figlio, lo rimproverò aspramente, dicendogli: “Tu sei il veleno dei lavoratori”. Mio figlio rispose: “Se lei mi deve arrestare mi arresti, se no mi lasci lavorare, perché qua sono pagato per rompere pietre per otto ore al giorno”.
Intervenne il Mangiafridda e rivolto a mio figlio disse: “ Picca n’hai di sta malandrinaria” [“durerà poco ancora questo tuo atteggiamento malandrino”].
Questo incidente fu da mio figlio  successivamente riferito ai suoi amici Russo Sebastiano e Tardibuono Filippo entrambi di Sciara. Il sabato successivo fu versato agli operai un acconto di lire seimila e fu promesso che presto sarebbero stati saldati gli arretrati. Dopo che l’agitazione fu iniziata, e qualche giorno prima dello sciopero, non posso precisare se di martedì o giovedì, accadde che mio figlio fu oggetto di altra grave minaccia, che io appresi in questo modo: la sera mio figlio tornato dal lavoro si mostrava stranamente nervoso e preoccupato, tanto che quasi non toccava cibo. Naturalmente, ansiosa per lui, cominciai a pregarlo perché mi confidasse ogni cosa. Ma mio figlio, evidentemente temendo le mie reazioni, o per non suscitare in me eccessive preoccupazioni, si rifiutava di parlare. Infine si decise a confidarmi quanto gli era accaduto, e cioè che, mentre rientrava a casa, proprio alle porte del paese, era stato richiamato da un caratteristico invito: “Psst! Psst”, e non si era voltato.

Tanto che l’individuo che voleva parlargli, lo chiamò per nome dicendogli: “Salvatore, sei diventato tanto superbo da non darmi retta?”.

“Io ho un nome – rispose mio figlio- e quindi non mi sono fermato fino a quando non mi hai chiamato con il mio nome”.

Allora il mafioso che l’aveva fermato prese mio figlio confidenzialmente sotto il braccio e gli disse testualmente: “Lascia andare tutto, ritirati, e avrai di che vivere senza lavorare, non ti illudere perché se insisti finirai con il riempire una fossa!”.

Mio figlio, più irritato che intimidito dalla minaccia evidentemente rispose: “Io non sono un disonesto e non voglio regali, se dovete ammazzarmi, fatelo pure, ma chi ammazza me, ammazza Gesù Cristo”.

Naturalmente, saputo l’episodio, insistei moltissimo con mio figlio perché mi confidasse anche il nome del mafioso che lo aveva minacciato, ma mio figlio che pure l’aveva certamente riconosciuto, non volle confidarmelo, e infine mi assicurò che la domenica successiva intendeva fare un comizio, durante il quale avrebbe riferito il fatto e indicato il nome del mafioso che lo aveva minacciato.

La domenica successiva, 15 maggio, si celebrò in Sciara la festa del santo Patrono e poiché era stata presa l’iniziativa di sospendere, in quella occasione, tutti i comizi, mio figlio rinviò anche il suo, ma, sempre più preoccupato, volle recarsi a Termini Imerese per chiedere aiuti a quei dirigenti sindacali, Il lunedì mattina mio figlio fu trovato morto nelle circostanze risapute.

Io appresi nelle prime ore del mattino che un cadavere era stato trovato lungo la strada che portava alla cava, e, come altre donne, mi precipitai nella via, per avere maggiori dettagli. Le pietose bugie di alcuni congiunti, che pur assicurandomi che non si trattasse di mio figlio, cercavano di dissuadermi dal recarmi sul posto, lungi dal tranquillizzarmi fecero nascere in me  i primi dubbi sull’accaduto. Notai che un certo Paci, anche lui in ansia per le sorti del figlio operaio alla cava, aveva chiesto e ottenuto da Mangiafridda di essere accompagnato con la moto sul luogo dove giaceva il cadavere. Io mi avviai, a piedi, sola, sfuggendo a coloro che cercavano di trattenermi. Appena fuori dal paese mi imbattei di nuovo nel nominato Mangiafridda che tornava sulla moto, recando nel sedile posteriore il Paci.
Li fermai, chiesi loro se avevano visto il cadavere, se lo avevano riconosciuto. Mangiafridda mi rispose: “Ti giuro che non l’ho riconosciuto”. Paci, invece, mi disse: “Non ho potuto vedere bene il cadavere. So soltanto che non è mio figlio”.

Proseguii per la mia strada e, poco dopo, da lontano, dalle scarpe, da un po’ di calze che si intravedevano sotto la stuoia che copriva il cadavere, ebbi la certezza che l’ucciso fosse mio figlio.

Questi i fatti e le circostanze che hanno preceduto l’assassinio della mia creatura. Questi i motivi per i quali ritengo che sia opportuno che le indagini siano condotte direttamente dagli uffici di Palermo, e sottratte all’ambiente locale, tristemente dominato dalla mafia.

E’ necessario che tutti coloro che sanno vengano incoraggiati a parlare, e parleranno solo se si renderanno conto che le indagini sono affidate a buone mani, e che la loro incolumità non corre pericoli. Per questo ho deciso di affidare la mia denuncia alle Signorie Loro, ripromettendomi di tornare nei loro Uffici tutte le volte che avrò occasione di apprendere notizie utili alle indagini.

Confido che giustizia sia fatta, ed in coscienza ritengo di aver dato il mio doveroso contributo, riferendo tutto quanto so in ordine al delitto.

Palermo, 20 maggio 1955

Questa testimonianza parla, come tutte le storie di mafia, di morte e di un dolore infinito, anche perchè, dopo una prima condanna, gli imputati furono assolti per insufficienza di prove, nonostante queste fossero schiaccianti e nonostante l’impegno e la dedizione dell’avvocato Francesco Taormina e di Sandro Pertini.

Ma oltre a questa triste vicenda c’è dell’altro. La cava teatro di questo omicidio è stata il luogo in cui si è perpetrato un altro delitto, questa volta ai danni della storia. A due passi da Termini Imerese e da Sciara (PA), in una terra abitata dall’età preistorica, ricca di acque, fertile e florida, la cava Lambertini fu aperta in un sito archeologico di importanza straordinaria, Mura Pregne.

Mura Pregne (foto Soprintendenza di Palermo)

Mura Pregne (foto Soprintendenza di Palermo)

Le pendici orientali del Monte San Calogero custodivano splendide mura megalitiche (panciute, quindi pregne) poste a difesa di un importante centro sicano in posizione dominante sul mare; mura a secco, costruite con blocchi di calcare di notevoli dimensioni, spesse fino a m 5,5 e alte circa 9 metri.

Mura Pregne ( foto Soprintendenza di Palermo)

Mura Pregne ( foto Soprintendenza di Palermo)

La mura megalitiche (foto Soprintendenza di Palermo)

La mura megalitiche (foto Soprintendenza di Palermo)

Nonostante il vincolo archeologico apposto nel 1954, la furia della mafia non risparmiò quei colossi dell’età del Bronzo, immersi nella fitta vegetazione. L’attività della cava, iniziata nel 1953 e proseguita per trent’anni, determinò la distruzione dell’80% del sito, che fu fatto a pezzi, ridotto in briciole.

Mura Pregne. L'area in grigio scuro indica la parte distrutta dall'attività della cava. ( Immagine Soprintendenza di Palermo)

Mura Pregne. L’area in grigio scuro indica la parte distrutta dall’attività della cava. Quella in chiaro le parti risparmiate dalle escavazioni. ( Immagine Soprintendenza di Palermo)

Gli archeologi francesi che vi scavavano negli anni ’70 subirono ripetute minacce, fino a quando non abbandonarono la missione. Forse anche l’opinione pubblica e le amministrazioni locali ritennero più utili i posti di lavoro che la cava Lambertini assicurava; come succede anche oggi, all’archeologia si chiedeva di essere redditizia, ma quando si trattava di lasciar spazio agli scavi, diventava improvvisamente secondaria.

Ma l’omicidio Carnevale dimostra tragicamente che chi gestiva la cava non aveva certo a cuore l’interesse del popolo; le cicatrici lasciate da quegli anni di libera devastazione del paesaggio testimoniano la cecità, l’ignoranza, l’ipocrisia e l’accidia di chi allora poteva sostenere la Soprintendenza di Palermo nella sua battaglia durata trenta lunghi anni e invece l’ha lasciata sola, rendendosi così complice della mafia.

Oggi un piano di recupero, presentato già da tempo, potrebbe restituire a Mura Pregne la sua dignità e all’Italia la memoria della sua storia, di tutta la sua storia. E’ tempo di cambiare.

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Povero Lavezzi, volevi solo un souvenir

Molto interessante questa intervista che l’egregio calciatore Lavezzi ha rilasciato a Sportweek solo pochi mesi fa: il divo del campo di calcio si lamentava della troppa pressione che l’amore dei tifosi comporta, e che gli avrebbe impedito di visitare Castel dell’Ovo a Napoli e il sito archeologico di Pompei. Impossibile per lui sfuggire ai tifosi e passare una giornata normale, camminare da solo senza essere inseguito per gli autografi. Poverino. Chissà che sete di cultura deve averlo corroso durante quei mesi, quanta voglia di riempirsi gli occhi delle bellezze che appartengono a tutti e delle quali noi poveri mortali possiamo godere senza che nessuno ci disturbi.

Ma Lavezzi va oltre, supera gli ostacoli nella vita così come nel campo di calcio. Non posso visitare Pompei? Me ne porto un pezzetto a casa, un bel busto che si adatterà perfettamente, immagino, all’eleganza discreta della magione di Ezequiel. Così, con l’aiuto di mani sporche, molto sporche, il campione si è messo in valigia qualcosa che non gli appartiene, e non solo dal punto di vista materiale, essendo quello un bene comune, ma soprattutto intellettuale, un busto di filosofo molto probabilmente trafugato da Pompei.

Caro Lavezzi, tu a Pompei non ci saresti andato nemmeno in orario di chiusura, se avessi potuto, e di quel busto non capisci e non capirai mai il significato più profondo. Nell’intervista a Sportweek dicevi che a volte ti viene voglia di scappare. Oggi sei nel registro degli indagati dalla Procura della Repubblica del capoluogo campano. Scappa, scappa che è meglio.

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Santa Maria Capua Vetere, come ti cucino l’anfiteatro

Nella vita tutto è sempre una questione di punti di vista.

Si inaugura oggi la nuova sistemazione dell’anfiteatro di Santa Maria Capua Vetere firmata, come annunciava con entusiamo Serena Natale sul Corriere pochi giorni fa, da arte’m, consorzio per la valorizzazione dei beni culturali che ha finanziato interamente il sistema di servizi integrati che ruoterà intorno all’anfiteatro dell’antica Capua eretto tra il I e il II secolo d. C. e che comprenderà accoglienza, didattica, ristorazione biologica, design, artigianato tradizionale. Quante cose..

Scrive Serena Natale: “La forza del progetto sta nell’intreccio di saperi diversi: saranno organizzati laboratori naturalistici e spettacoli teatrali, allestiti spazi di lettura e studio con wi-fi libero, promossi programmi di degustazione con prodotti di agricoltura biodinamica a chilometro zero e coinvolti studenti della Seconda Università degli Studi di Napoli. I ragazzi di arte’m hanno già realizzato una mini-guida sulla città e preparano una nuova pubblicazione sull’anfiteatro in collaborazione con la Soprintendenza.” Auff, la guida c’è.

Fin qui tutto pare fantastico: ovunque all’estero si cerca di valorizzare i siti di interesse turistico offrendo servizi che rendano più piacevole soffermarvisi a lungo e viverli ogni giorno come una parte integrante della propria città. Ma c’è un ma.

Il Circolo Pd di Santa Maria Capua Vetere e numerosi esponenti della cultura e dell’associazionismo protestano perchè il suddetto ristorante è provvisto di alcune canne fumarie, alte circa 4 metri, che sono state collocate nel bel mezzo della piazza antistante l’anfiteatro, deturpando la vista dalla piazza (anche se coperte a male pena da un maxi manifesto che le impacchetta) e non rimanendo al di fuori dell’area di rispetto che si deve a beni tutelati.

Le canne fumarie che svettano davanti all'anfiteatro di Capua

Le canne fumarie che svettano davanti all’anfiteatro di Capua

Si dirà che l’uso dei monumenti cambia, che moderno e antico devono compenetrarsi e convivere, che la vita continua e che in questo Paese ai privati vengono tarpate le ali dai vecchi musoni che dicono sempre “no”. E infatti è stato detto e scritto; anche le immagini, appunto perchè offrono prospettive diverse, raccontano idee diverse.

La piazza dell'anfiteatro. Le canne fumarie nell'angolo a destra

La piazza dell’anfiteatro. Le canne fumarie nell’angolo a destra

Comunque la si pensi sulle canne fumarie, una cosa è certa: queste operazioni sono delicate, perchè difficilmente si torna indietro. Basta ricordare il teatro di Pompei, restaurato per accogliere un maggior numero di visitatori e per ospitare eventi e spettacoli. E più che un restauro quello somiglia ad un crimine. Aspetto di vedere anche le immagini delle nuove strutture di Capua e di avere dettagli sul restauro delle gradinate per giudicare. Il dibattito è aperto.

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Calabria, una sola idea: tagliare l’erba

 

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Ah, le lodevoli iniziative della Soprintendenza archeologica della Calabria…Quale fantasia per la gestione dei tanti siti e musei archeologici della splendida regione. Come non apprezzare infatti, la mostra “Lungo la trama del discorso” che dal 18 maggio alla fine di luglio espone a Borgia, nel Museo Archeologico Nazionale di Scolacium, abiti e stoffe realizzati dall’artista prof.ssa A. Fidone, per “creare una simbiosi tra lo stile artistico dell’ordito ed il gusto estetico delle testimonianze antiche“. Chi è la Professoressa detta anche artista A. Fidone? mah…mistero.

E che dire della mostra fotografica ICHOS di Enza Polito nel Complesso Museale Casino Macrì presso il Parco archeologico di Locri Epizefiri? “La mostra è incentrata su alcuni scatti fotografici di opere antiche, quasi sempre immagini di divinità esposte nei Musei o nei siti archeologici italiani realizzati dalla fotografa Enza Polito.  Il gioco delle luci e delle ombre, esaltato dalla fotografia in bianco e nero impastata di forti contrasti, determina una qualità scultorea dell’opera che si sovrappone alla mano dell’artista primigenio, così come alla mano invisibile del tempo“.

Il 18 maggio invece ci siamo persi l’evento dell’anno, presso il Museo Archeologico Nazionale della Sibaritide di Cassano all’Ionio: una “Performance interattiva con il pubblico, a cura della poetessa Anna Lauria e del fotografo Luca Policastri. “Nel Museo è stato  previsto uno spazio in cui la poetessa ha letto i suoi versi dedicati alla storia di Sibari, mentre i visitatori sono stati immortalati singolarmente, colti nel momento contemplativo dal fotografo. Un solo scatto, per ognuno. Alla fine sono state proiettate tutte le foto. Contaminazione di poesia, fotografia, oralità, suggestioni“. Magnifico, mi piacerebbe vedere le foto dei visitatori e le loro espressioni estasiate.

Mentre questa inventiva inarrestabile produce eventini ed eventuzzi di serie C, i siti archeologici che potrebbero costituire sicuramente una attrattiva turistica nella regione sono abbandonati, ridotti allo stato di discariche. Alla Soprintendenza non servono 99 idee, che siano per il Museo di Reggio o per qualunque altro luogo, ne basta una: stare meno in ufficio a farsi venire colpi di genio, e controllare davvero il territorio che si dovrebbe tutelare, almeno tagliare l’erba, dai.  Giacobbo, pensaci tu.

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Roma, al Bastione Sangallo accade in un’ora quel che non avviene in mill’anni

A Pesaro giorni fa è bastato che si costruisse un muro e si alzasse un cancello in un’area archeologica perchè la Guardia di finanza denunciasse i due committenti dei lavori, due ingegneri, un architetto e il titolare dell’impresa di costruzioni,  indagati per violazioni delle norme paesaggistiche e antisismiche e falso in atto pubblico.

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A Roma, dove il lassismo impera, la boria non ha più confini e il cemento si eleva in modo proporzionale alla possibilità di comprare chi dovrebbe tutelare il paesaggio urbano, basta qualche ricorso al Tar per costruire 75 appartamenti in via Beccari, davanti al Bastione Sangallo. Alla faccia dei vincoli che hanno preservato l’area fino ad oggi. Come per lo scandalo di via Giulia, possibile solo in questo Paese, pare che ci si debba guardare proprio dalle Soprintendenze. Qui in Italia il vero aguzzino della bellezza è chi la dovrebbe custodire.

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