Archeologia italiana, un mondo fuori dall’Europa

Sono sempre stati pronti, i nostri ministri dei Beni Culturali di destra e di sinistra, a vantarsi della ricchezza e della varietà del patrimonio archeologico del nostro paese, ma sempre in ritardo nell’indispensabile aggiornamento dei meccanismi di tutela delle testimonianze della nostra storia. E così tocca  all’ANA, Associazione Nazionale Archeologi, ricordare ai ministri distratti degli ultimi venti anni (Ronchey, Fisichella, Paolucci, Veltroni, Melandri, Urbani, Buttiglione, Rutelli, Bondi e Galan) che l’Italia, pur avendola firmata nel 1992, non ha ancora ratificato la Convenzione Europea per la protezione del patrimonio archeologico. In sostanza, se la Convenzione adottata in altri paesi diventasse legge, chi compie lavori che hanno un qualche impatto sul patrimonio archeologico sarebbe obbligato a lasciare i resti archeologici il più possibile intatti per le future generazioni e a farsi carico di tutti gli oneri che la tutela implica, compresa la pubblicazione integrale delle scoperte. Sarebbe questa l’unica vera via all’archeologia preventiva, che è molto spesso il lasciapassare per compiere scempi di ogni genere: oggi la ditta che fa i lavori per legge deve mettere a proprie spese in cantiere un archeologo, se durante i lavori emerge qualche evidenza archeologica lo vessa ogni giorno dicendogli di fare in fretta dato che il suo lavoro costa e provoca ritardi, e se va bene per farsi buona pubblicità fa uscire qualche articolo sui giornali locali per raccontare al cittadino cosa è stato scoperto. Le pubblicazioni scientifiche costano e non ci sono i soldi per star dietro a ciò che emerge continuamente e ovunque dagli scavi d’emergenza; se invece la pubblicazione fosse a carico delle ditte, immediata e obbligatoria, non si potrebbe più “sorvolare” su quanto è emerso dagli scavi, tutto sarebbe finalmente alla luce del sole. Non voglio generalizzare, ma neppure beatificare gli archeologi ad ogni costo – chi lavora sul campo, chi sta in soprintendenza o al Ministero –  ma vari episodi (ricordo solo alcuni casi di cui ho già scritto, il parcheggio di Modena, il tunnel del Gianicolo, la villa sotto il Bambin Gesù) dimostrano che a molti, dentro e fuori le trincee di scavo, fa comodo che tutto resti così, con l’Italia fuori dall’Europa. Chi vuole che le cose cambino può firmare la petizione.

Informazioni su Archeologia in rovina

Ieri facevo l'archeologa, oggi faccio un altro mestiere e sono mamma di un bambino che voglio educare al rispetto della natura e all'amore per la storia. Vedo l'Italia diventandare sempre più brutta, sciatta, volgare. Prima uscivo di casa e andavo su tutte le furie, ma la cosa finiva lì. Adesso ho deciso di farmi sentire.
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