Cabaret e zumpappà

Non sacrifichiamo la cultura alla (sola) legge del mercato
Severino Salvemini
Corriere della Sera 27/1/2011
Nel dibattito in corso sul sostegno economico alla cultura (Corriere, 13, 19, 22 e 23 -gennaio) non potevano mancare i sostenitori del liberismo duro e puro. Il refrain anche in questo caso è chiaro e inequivocabile: in periodi di vacche magre, lasciamo operare il mercato e così anche le disfunzionalità come sprechi e mala-governance spariranno per magia. Basta quindi allo Stato spendaccione e vedrete che il virtuosismo di teatri, musei, sale cinematografiche, auditorium e così via pian piano trionferà. Ma il mercato nelle arti e nella cultura (anche se aiuta perché fortifica l’economicità) non risolve i problemi di fondo. L’attività artistica ha natura meritoria (merit good) e cioè deve essere comunque garantita la fruizione di beni ritenuti utili, indipendentemente dalla presenza d i una domanda congrua esercitata dal cliente. In questo ambito non c’è la sovranità del consumatore, come nel rapporto tra domanda e offerta più tradizionale. La domanda di cultura infatti tende ad appiattire l’offerta, se quest’ultima non la corregge con un ruolo più educativo e pedagogico e se essa non si pone l’obiettivo di sostenere nel tempo la sensibilità estetica e il raffinamento del gusto (si pensi al destino della musica contemporanea o alle forme più avanguardistiche del cinema, del teatro, della letteratura se il loro sviluppo fosse lasciato alle drastiche leggi del mercato). L’offerta ha pertanto una traiettoria «a parabola»: le entrate extramercato si aggiungono alla fruizione spontanea fino al momento in cui il consumatore si evolve e a regime si riescono a raggiungere introiti sufficienti per fare stare in piedi le istituzioni senza stampelle. Il mercato dunque non basta. Serve l’intervento pubblico (non necessariamente statale) insieme alle entrate dei donor istituzionali o individuali A meno che l’ambiente dominante non desideri una comunità sempre più atrofizzata e sempre più compiaciuta di commesse e carabinieri, di cabaret e zumpappà. Una cultura formattata e uniformata. Una cultura del mercato, una cultura dell’ottundimento. Un benefico lavaggio del cervello.

Informazioni su Archeologia in rovina

Ieri facevo l'archeologa, oggi faccio un altro mestiere e sono mamma di un bambino che voglio educare al rispetto della natura e all'amore per la storia. Vedo l'Italia diventandare sempre più brutta, sciatta, volgare. Prima uscivo di casa e andavo su tutte le furie, ma la cosa finiva lì. Adesso ho deciso di farmi sentire.
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